INDIVIDUALITA’ DEL CONTRATTO DI LEASING E DEL CONTRATTO DI FORNITURA

Importante accoglimento dell’appello azionato dallo studio Wise da parte della Corte d’Appello di Venezia con un’interessante sentenza in tema di leasing traslativo.

Il Giudice di secondo grado, sulla scorta delle argomentazioni giuridiche sottese ai motivi azionati, ha affermato infatti che sebbene vi sia un collegamento negoziale tra il contratto di leasing traslativo ed il contratto di fornitura che la società concedente conclude per acquistare il bene da concedere in leasing, tali negozi conservano la loro individualità.

La risoluzione del contratto di leasing, pertanto, non può comportare l’automatica risoluzione del contratto di fornitura che dovrà essere correttamente adempiuto dalla società concedente.  

La Corte d’Appello di Venezia con un importante revirement ha quindi ribaltato le conclusioni del giudice di primo grado che aveva invece concluso per la sussistenza di un collegamento negoziale totalitario tra i due negozi considerati, dal che la risoluzione dell’uno comportava inevitabilmente la risoluzione dell’altro.

PURGAZIONE E REVOCATORIA

La purgazione, ovvero la procedura di liberazione dei beni immobili dalle ipoteche iscritte, viene disciplinata dal combinato disposto degli artt. 2889 e ss c.c. e degli artt. 792 e ss c.p.c.

Tale procedura, sottoposta al vaglio giudiziario, prevede la formale partecipazione di tutti i c.d. creditori iscritti, ovverosia creditori titolari di una ipoteca iscritta sul bene, i quali risulteranno essere destinatari della formale notifica dell’atto di compravendita con contestuale offerta in loro favore del prezzo pattuito, da distribuirsi seguendo i gradi della garanzia. Continua a leggere

La purgazione, ovvero la procedura di liberazione dei beni immobili dalle ipoteche iscritte, viene disciplinata dal combinato disposto degli artt. 2889 e ss c.c. e degli artt. 792 e ss c.p.c.

Tale procedura, sottoposta al vaglio giudiziario, prevede la formale partecipazione di tutti i c.d. creditori iscritti, ovverosia creditori titolari di una ipoteca iscritta sul bene, i quali risulteranno essere destinatari della formale notifica dell’atto di compravendita con contestuale offerta in loro favore del prezzo pattuito, da distribuirsi seguendo i gradi della garanzia. Continua a leggere

Coronavirus Covid19 e locazioni commerciali

A seguito del D.P.C.M dell’11 marzo 2020, il Governo ha sospeso – al momento fino al  03 aprile 2020 (termine così prorogato dal successivo D.P.C.M. del 22 marzo 2020) – tutte le attività commerciali al dettaglio (fatta eccezione per le attività di vendita di generi alimentari e di prima necessità), nonché le attività dei servizi di ristorazione (fra cui bar, pub, ristoranti, gelaterie, pasticcerie) e le attività inerenti ai servizi alla persona (fra cui parrucchieri, barbieri, estetisti).

Le conseguenze di tale provvedimento sui contratti di locazione degli immobili in cui si svolgono e dette attività non sono purtroppo sicure.

Va infatti precisato che nella locazione commerciale, i divieti disposti dai D.P.C.M. in ordine all’attuale emergenza sanitaria non incidono sulla prestazione principale del locatore, ovvero la messa a disposizione di locali idonei all’uso che ne è consentito ai sensi del contratto; essi non hanno infatti alcuna attinenza all’immobile in cui si svolge l’attività, alle sue caratteristiche o alla sua idoneità all’uso pattuito.

In ogni caso, resta ferma l’applicabilità dell’art. art. 27, ottavo comma, della legge 392/1978, ai sensi del quale il conduttore può recedere dal contratto in caso di “gravi motivi” (che potrebbero ben rinvenirsi nell’emergenza coronavirus e nei conseguenti provvedimenti di sospensione delle attività commerciali), ma dovendo in tal caso concedere al locatore un preavviso di almeno sei mesi ed essendo dunque tenuto a corrispondergli il canone di locazione per tutto il semestre di preavviso anche qualora rilasci l’immobile prima del suo decorso.

L’impossibilità di svolgere l’attività non è infatti imputabile a nessuna delle parti ma è dovuta ad una emergenza straordinaria di tutela della salute.

Del pari non è affatto scontato che, in termini di rigorosa causalità, la chiusura temporanea dell’attività renda impossibile la prestazione principale del conduttore consistente nel pagamento del canone di locazione e delle spese accessorie, tanto più che ai sensi del D.P.C.M. 11/03/2020 l’attività di ristorazione è consentita con consegna a domicilio ed è altresì permesso il commercio di qualsiasi tipo di prodotto via internet e per corrispondenza.

In ogni caso, resta ferma l’applicabilità dell’art. 27, ottavo comma, della legge 392/1978, ai sensi del quale il conduttore può recedere dal contratto in caso di “gravi motivi” (che potrebbero ben rinvenirsi nell’emergenza coronavirus e nei conseguenti provvedimenti di sospensione delle attività commerciali), ma dovendo in tal caso concedere al locatore un preavviso di almeno sei mesi ed essendo dunque tenuto a corrispondergli il canone di locazione per tutto il semestre di preavviso anche qualora rilasci l’immobile prima del suo decorso.

In alternativa, si potrebbe domandare al giudice la pronuncia della risoluzione del contratto per eccessiva onerosità sopravvenuta ex art. 1467 c.c., facendo valere la grave alterazione dell’equilibrio tra il valore delle prestazioni corrispettive causata da eventi straordinari, imprevedibili e successivi all’assunzione dell’impegno, quali sono senza subbio l’emergenza Coronavirus e i conseguenti provvedimenti governativi; in tal caso, benché il rimedio previsto dal codice civile sia la risoluzione del contratto, il creditore (ossia il locatore) può comunque evitarla offrendo una equa modifica delle condizioni (cfr. ultimo comma art. 1467 c.c.).

Altrimenti, si potrebbe sostenere che, a causa delle dette circostanze, si è determinata un’impossibilità sopravvenuta di realizzazione dello scopo per cui è stato concluso il contratto di locazione (ossia lo svolgimento delle dette attività commerciali), il che determinerebbe l’automatica e immediata risoluzione del contratto per impossibilità sopravvenuta ex art. 1463 c.c., senza che sia necessaria alcuna pronuncia giudiziaria, bastando invece la semplice comunicazione del contraente che intende avvalersene (e possono essere entrambi) all’altro: tuttavia, da un lato, si potrebbe obiettare che l’impossibilità in questione è solo temporanea e, dunque, non potrebbe mai giustificare la risoluzione del contratto ma, semmai, giustificare il ritardo del conduttore nell’adempimento della prestazione di pagamento del canone ex art. 1256, comma 2, c.c. (che quindi andrebbe comunque onorata ugualmente al termine dell’emergenza sanitaria); dall’altro lato, resta il fatto che il locatore continua comunque a mettere a disposizione un immobile che è idoneo all’esercizio dell’attività e pertanto, a rigore, non vi sarebbe alcuna impossibilità della prestazione della parte locatrice.

Per lo stesso motivo, si ritiene che anche la norma prevista dall’art. 1464 c.c. (riduzione della prestazione per impossibilità parziale dell’altra prestazione) mal si attagli ai casi in questione: è infatti il conduttore ad essere impedito nell’esercizio dell’attività, non essendovi alcuna impossibilità in ordine alla prestazione del locatore, il quale continua invece ad adempiere totalmente ai suoi obblighi contrattuali.

Ciò detto, si deve peraltro considerare che la risoluzione del contratto potrebbe non corrispondere all’interesse né del locatore né a quello del conduttore, essendo entrambi interessati, seppure per diversi motivi, alla conservazione del rapporto.

Il conduttore, in particolare, potrebbe non avere interesse a liberarsi dal vincolo contrattuale ma, al contrario, a sospendere temporaneamente il pagamento dei canoni (nel senso di ometterne il versamento in via definitiva, senza quindi essere più tenuto a versarli una volta passata l’emergenza).

Si potrebbe allora sostenere che le circostanze in questione, se anche non giustificassero la risoluzione del contratto per impossibilità sopravvenuta (trattandosi, come detto, di impossibilità solo temporanea), potrebbero comunque determinare la sospensione dell’esecuzione del contratto finché esse perdurano, comportando dunque anche la sospensione (definitiva) dell’obbligo del conduttore di pagare il canone di locazione e del diritto del locatore di pretenderlo, non potendo dunque il secondo intimare al primo lo sfatto per morosità: tuttavia, una tale soluzione dovrebbe corrispettivamente comportare anche la “restituzione” al locatore, durante la sospensione del contratto, della disponibilità dell’immobile locato, mancando un solido riferimento normativo che consenta al conduttore di “tenersi” la disponibilità del bene locato senza avere l’obbligo di pagarne il corrispondente compenso al locatore.

Del resto, anche il precitato D.L. 18/2020, Cura Italia, infatti, non prevede espressamente alcuna sospensione dell’obbligo del conduttore di versare il canone pattuito, limitandosi il suddetto D.L. solo a riconoscere, per l’anno 2020 e ai soggetti esercenti attività d’impresa, un credito d’imposta nella misura del 60 per cento dell’ammontare del canone di locazione, relativo al mese di marzo 2020 (valevole per i soli negozi e botteghe chiusi in seguito alla sospensione delle suddette attività commerciali).

Pertanto – anche in ragione dell’interesse di entrambe le parti a conservare il rapporto di locazione, sebbene temporaneamente sospeso, e il loro interesse reciproco a non dovere, il conduttore, sgomberare l’immobile, ovvero a non dovere, il locatore curare la custodia dei beni mobili che vi si trovano – la soluzione migliore al problema, anche al fine di evitare gli inevitabili contenziosi, parrebbe non poter essere che un accordo tra le parti, che preveda ad esempio, in analogia con quanto previsto dall’art. 65 del D.L. Cura Italia, la riduzione del 60% del canone di locazione durante la sospensione del contratto.

Sarà quindi opportuno che il conduttore formalizzi tempestivamente al locatore, con le relative motivazioni, la richiesta di riduzione o sospensione del canone di locazione, adducendo le ragioni di sopravvenuta impossibilità ad adempiere agli obblighi contrattuali per causa di forza maggiore (motivi straordinari e imprevedibili), al fine di giungere ad una soluzione conciliativa, fermo restando che sarà comunque rimessa alla discrezionalità del locatore l’accettazione o meno della proposta di riduzione o sospensione.

Come ultima considerazione finale, si ritiene che gli argomenti e le problematiche sopra evidenziate valgano – sebbene mutatis mutandis – anche per le locazioni ad uso industriale o artigianale, che sono state colpite dal successivo D.P.C.M. del 22 marzo 2020, a seguito del quale il Governo ha infatti sospeso – al momento fino al  03 aprile 2020 – svariate attività produttive industriali e commerciali all’ingrosso.

 

Coronavirus Covid19 e contratti in essere

L’epidemia COVID-19 (coronavirus) è riuscita a impattare non solo sulla salute e sulla vita comune delle persone ma anche in modo non indifferente nelle dinamiche contrattuali legate all’operatività ordinaria.

Il problema che il giurista si pone di fronte a questa situazione di emergenza è come la stessa possa incidere sulla normale prosecuzione dei rapporti contrattuali stipulati nel territorio italiano: infatti, una o entrambe le parti contraenti potrebbe trovarsi nell’impossibilita di adempiere.

Ai sensi dell’art. 1256 c.c., primo comma, l’impossibilità sopravvenuta della prestazione, qualora non dipenda da causa imputabile al debitore ma sia invece determinata da caso fortuito (ossia da una circostanza imprevedibile e inevitabile dal debitore) o da causa di forza maggiore (ossia una circostanza “esterna” all’obbligazione e che sfugge al controllo del debitore) comporta generalmente l’estinzione dell’obbligazione, con la conseguenza che il debitore non è più tenuto al suo adempimento, divenuto impossibile senza sua colpa, né a risarcire il danno il danno che da ciò derivi al creditore.

Applicando tale regola generale all’ambito dei contratti, nei quali generalmente all’obbligazione di un contraente (ad esempio, la consegna di una merce o lo svolgimento di un’opera o di un servizio) corrisponde l’obbligazione dell’altro contraente (tipicamente, il pagamento del prezzo) e che per questo si chiamano a prestazioni corrispettive, si ottiene che l’impossibilità sopravvenuta della prestazione dovuta da un contraente comporta, ai sensi dell’art. 1463 c.c., l’automatica risoluzione del contratto, con la conseguenza che egli non è più obbligato ad eseguire la prestazione cui era obbligato e che anche l’altro contraente non è più obbligato a eseguire la sua controprestazione (anche se questa è rimasta possibile) e può anzi pretenderne la restituzione nel caso in cui l’abbia già eseguita.

Questo, in effetti, è ciò che può avvenire a causa dell’emergenza sanitaria da coronavirus, in quanto la prestazione di un contraente (ad esempio, si ripete, la consegna di una merce o lo svolgimento di un’opera o di un servizio) può essere impedita dai vincoli imposti dal governo alla mobilità e all’attività delle persone e delle imprese.

Pertanto, qualora ciò concretamente accada, il contraente obbligato alla prestazione divenuta impossibile a causa del coronavirus può semplicemente comunicare per iscritto all’altro contraente che intende avvalersi della risoluzione del contratto ex art. 1463 c.c. (che, si ripete, è “automatica”, nel senso che non richiede la pronuncia di un giudice né di nessun altra autorità), con la conseguenza che egli non è più obbligato ad eseguire la prestazione e, d’altra parte, non può nemmeno pretendere la controprestazione dell’altro contraente; oppure, analogamente, il contraente che non può più ricevere né pretendere la prestazione della sua controparte, perché divenuta impossibile, può semplicemente comunicargli per iscritto che intende avvalersi della risoluzione del contratto ex art. 1463 c.c., con la conseguenza che anch’egli non sarà più obbligato ad eseguire la sua controprestazione, anche se questa è rimasta possibile, e potrà anzi chiederne la restituzione qualora l’abbia già eseguita.

Tuttavia, a tali comunicazioni e richieste, l’altro contraente potrebbe opporre che quella determinata dall’emergenza sanitaria da coronavirus non è un’impossibilità totale e definitiva, ma solo un’impossibilità temporanea (perché è immaginabile o almeno auspicabile che l’emergenza passi), con la conseguenza che il contratto non sarebbe risolto “automaticamente” di diritto, ma sarebbe invece solo “sospeso”, ai sensi degli art. 1256 c.c., secondo comma, e dell’art. 1464 c.c., nel senso che il debitore non può essere ritenuto responsabile per il ritardo e/o inadempimento finché sussiste la detta impossibilità, mentre le obbligazioni reciproche dei contraenti (e la loro responsabilità) tornerebbero ad essere vincolanti una volta finita l’emergenza.

Anche in questo caso, però, il contraente interessato alla risoluzione del contratto potrebbe fondatamente sostenere che, se è vero che solo l’impossibilità totale e definitiva comporta la risoluzione del contratto, è altresì vero che, proprio ai sensi degli art. 1256 c.c., secondo comma, e dell’art. 1464 c.c. l’impossibilità della prestazione va valutata con riferimento all’interesse concreto del creditore, con la conseguenza che, quando tale interesse sia venuto meno o sia divenuto irrealizzabile il concreto scopo (fine economico) che si voleva raggiungere con quello specifico contratto, questo comunque si risolve, in quanto «l’obbligazione si estingue se l’impossibilità perdura fino a quando, in relazione al titolo dell’obbligazione o alla natura dell’oggetto, il debitore non può più essere ritenuto obbligato a eseguire la prestazione ovvero il creditore non ha più interesse a conseguirla» (art. 1256 c.c., secondo comma) e «quando la prestazione di una parte è divenuta solo parzialmente impossibile, l’altra parte può recedere dal contratto qualora non abbia un interesse apprezzabile all’adempimento parziale» (art. 1464 c.c.).

In sostanza, dunque, gli effetti giuridici del COVID-19 sui negozi stipulati dovranno essere esaminati e valutati in concreto caso per caso.

***

Ciò posto in termini generali, vengono di seguito evidenziate le conseguenze del COVID-19, quale impossibilità sopravvenuta temporanea della prestazione, sui principali contratti d’impresa

  1. Contratto d’appalto d’opera e di servizi

A causa di ordini dell’autorità emanati a tutela della salute pubblica, le parti di un contratto di appalto d’opera e/o di servizi potrebbero essere impossibilitate a svolgere la propria prestazione.

L’appaltatore, ad esempio, si potrebbe trovare in una delle seguenti situazioni:

  • non poter rispettare le scadenze dei S.A.L. concordate con il committente;
  • non poter garantire la presenza in cantiere secondo le tempistiche determinate nel contratto,
  • non poter garantire il servizio per mancanza di personale;
  • non poter garantire il servizio per chiusura dell’impresa.

In tali casi, l’appaltatore non potrà essere ritenuto responsabile dell’inadempimento e/o del ritardo dell’esecuzione della prestazione, in quanto si tratta di un impedimento dovuto a causa di forza maggiore o a un ordine dell’autorità pubblica.

L’esecuzione del contratto sarà, dunque, (quantomeno) temporaneamente sospesa fino a quanto gli impedimenti oggettivi cesseranno, ne consegue che l’appaltatore non dovrà svolgere la propria prestazione e il committente non dovrà provvedere al pagamento del compenso.

Si segnala che in caso di morte dell’appaltatore, il contratto continua a produrre effetti e non si risolve ipso iure, rimane in ogni caso salva la facoltà del committente di recesso ex art. 1674 c.c.

Il committente, ad esempio, potrebbe dover affrontare le seguenti situazioni:

  • inadempimento e/o ritardo dell’appaltatore per impossibilità sopravvenuta dovuta a causa di forza maggiore (ad esempio, il provvedimento dell’autorità pubblica): in tal caso, per tutto il periodo in cui perdura l’impedimento, il committente è legittimato a non corrispondere il compenso all’appaltatore. Per contro, il committente sarà obbligato a pagare il compenso all’appaltatore per tutte le opere che quest’ultimo ha già eseguito e in proporzione al prezzo pattuito per l’opera intera (art. 1672 c.c.),
  • non avere più interesse all’esecuzione della prestazione: in tal caso potrà recedere unilateralmente dal contratto ex art. 1671 c.c., purché tenga indenne l’appaltatore delle spese sostenute, dei lavori eseguiti fino a quel momento e del mancato guadagno, ossia dell’utile netto che ne avrebbe conseguito il committente (Cass., n. 9132/2012);
  • una volta terminato il periodo di sospensione, il committente potrà risolvere il contratto qualora non vi abbia più interesse all’esecuzione della prestazione oppure quanto l’appaltatore continui a essere inadempiente, ma anche in tal caso sarà comunque tenuto a pagare parte dell’opera e/o del servizio già compiuto nei limiti dell’utilità conseguita.
  1. Contratto d’opera

Il prestatore d’opera potrebbe essere impossibilitato ad eseguire la propria prestazione perché, ad esempio, vi è ordine dell’autorità pubblica che gli impedisce di eseguirla, come può essere il divieto di spostamento perché ha contratto il virus: in tal caso, il prestatore non potrà essere ritenuto responsabile dell’inadempimento e l’esecuzione del contratto si sospenderà fintanto che la causa di forza maggiore o i provvedimenti dell’autorità non cessino.

Il committente, a sua volta, non sarà obbligato al pagamento del corrispettivo fintanto che perdura la causa di impossibilità; egli rimarrà invece obbligato al pagamento del corrispettivo per tutte le prestazioni che il prestatore ha eseguito anteriormente al periodo di emergenza sanitaria; in ogni caso, il committente potrà recedere unilateralmente dal contratto, purché tenga indenne il prestatore delle spese sostenute, dei lavori eseguiti e del mancato guadagno (cfr. art. 2227 e art.2237 c.c.).

  1. Contratto di somministrazione

Nel contratto di somministrazione, il somministratore esegue a favore del somministrato le prestazioni periodiche di beni o cose (quali ad esempio: somministrazione di addobbi per cerimonie, strumenti musicali ecc.) verso il corrispettivo di un prezzo.

Il somministratore, a causa dell’epidemia da COVID-19, potrebbe essere impossibilitato a eseguire a favore del somministrato la propria prestazione e, in tal caso, egli non potrà essere ritenuto responsabile dell’inadempimento della prestazione: conseguentemente, l’esecuzione del contratto si sospende fino a quanto stabilito nell’ordine dell’autorità; va da sé che se l’oggetto del contratto di somministrazione concerne fornitura di gas, energia elettrica, giornali, riviste, l’esecuzione del contratto non potrà essere sospesa e il somministratore sarà obbligato ad adempiere alla propria prestazione, in quanto si tratta di servizi essenziali cui la popolazione non può rinunciare.

Il somministrato, una volta cessato il periodo di sospensione, potrà chiedere la risoluzione del contratto se l’inadempimento del somministrante perdura, è di notevole importanza ed è tale da menomare la fiducia nell’esattezza dei successivi adempimenti ex art. 1564 c.c.; nel caso invece di contratto a tempo indeterminato, rimane salva la facoltà del somministrato di recedere dal contratto, dando un congruo preavviso al somministratore ex art. 1569 c.c.

  1. Pacchetto turistico e titoli di viaggio

All’art. 28 del D.L. n. 9 del 2 marzo 2020, si è previsto che alcune particolari categorie di viaggiatori[1], essendo impossibilitate a usufruire del proprio c.d. pacchetto e/o titolo di viaggio a causa del contagio da COVID-19 o di un provvedimento dell’autorità, potranno recedere dal contratto (salvo che la prestazione non abbia avuto già inizio di esecuzione).

Di fronte al recesso del viaggiatore, il tour operator e/o l’intermediario o la compagnia aerea o di trasporti potrà:

  1. offrire un c.d. pacchetto sostitutivo di qualità equivalente o superiore; oppure
  2. rimborsare il corrispettivo versato per il titolo di viaggio e/o per il pacchetto; oppure
  3. emettere un voucher da utilizzare entro 1 anno dalla sua emissione di importo pari al rimborso spettante.

Si segnala che dall’8 marzo 2020 il Governo ha posto il divieto, durante tutto il periodo dell’emergenza sanitaria, a tutti i cittadini italiani di allontanarsi dalla propria abitazione, se non per motivi lavorativi e di salute: a fronte di ciò, si ritiene che tutti i cittadini italiani (non solo ai soggetti particolari di cui al D.L. n. 9/2020), che abbiano acquistato un titolo di viaggio o pacchetto turistico fruibile dal 8 marzo 2020 fino a tutto il periodo di restituzione disposto dall’autorità per COVID-19, possano recedere dal contratto per impossibilità sopravvenuta nell’esecuzione dell’oggetto


[1] I soggetti interessati dal D.L. n. 9/2020 sono i seguenti: a) i soggetti nei confronti dei quali è stata disposta quarantena, b) soggetti domiciliati o destinatari di un provvedimento di divieto di allontanamento nelle aree interessate dal contagio; c) dai soggetti risultanti positivi al virus COVID-19; d) dai soggetti che hanno programmato soggiorni o viaggi con partenza o arrivo nelle aree interessate dal contagio, e) soggetti che hanno programmato la partecipazione a concorsi pubblici o procedure di selezione pubblica, a manifestazioni o iniziative di qualsiasi natura, a eventi e a ogni forma di riunione in luogo pubblico o privato, anche di carattere culturale, ludico, sportivo e religioso, anche se svolti in luoghi chiusi aperti al pubblico, annullati, sospesi o rinviati dalle autorità competenti in attuazione dei provvedimenti adottati, f) soggetti intestatari di titolo di viaggio, acquistati in Italia, avente destinazione in stati esteri, dove sia impedito o vietato lo sbarco, l’approdo o l’arrivo in ragione dell’epidemia del COVID-19.

  1. Contratto d’albergo

Con il D.P.C.M del 8 marzo 2020 il Governo ha disposto a tutti i cittadini italiani il divieto di allontanamento dalla propria abitazione se non per comprovate esigenze lavorative, di salute e di necessità.

Fino al 3 aprile (salvo l’intervento di una nuova disposizione dell’autorità giudiziaria che proroghi tale termine) il cliente non potrà viaggiare in Italia e fuori da paese e qualora avesse prenotato una camera di albergo in tale periodo di emergenza sanitaria potrà disdire la prenotazione e chiedere all’albergatore la restituzione del corrispettivo a titolo di caparra e/o acconto già versato.

Si segnala che il Decreto “Cura Italia” (D.L. n. 18 del 17 marzo 2020) ha esteso il precitato art. 28 D.L. n. 9 del 2 marzo 2020 in tema di “pacchetti turistici” anche al contratto d’albergo, prevedendo espressamente che l’albergatore, a fronte del recesso del cliente dovuto all’emergenza coronavirus, potrà:

  • rimborsare il corrispettivo versato per il titolo di viaggio e/o per il pacchetto; oppure
  • emettere un voucher da utilizzare entro 1 anno dalla sua emissione di importo pari al rimborso spettante.
  1. Contratto di lavoro subordinato

A seguito dell’emanazione del D.P.C.M del 4 marzo 2020 il datore di lavoro per contrastare e contenere la diffusione del COVID-19 può adottare la modalità di lavoro agile (smart working) oppure invitare i dipendenti a mettersi in congedo ordinario o ferie “forzate”.

  • Lavoro agile (smart working)

Il lavoro agile (smart working) è una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e da un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi.

Il D.P.C. M. del 4° marzo 2020 ha esteso a tutto il territorio nazionale la possibilità del datore di lavoro di adottare unilateralmente la modalità di lavoro agile (smart working), senza un previo accordo scritto tra azienda e dipendente durante tutto il periodo dell’epidemia.

In sostanza, il lavoratore potrà svolgere le proprie mansioni dal pc della propria abitazione, salvo in ogni caso l’obbligo di assumere ogni misura operativa, organizzativa e tecnica, idonea a garantire l’accesso, disponibilità e sicurezza dei dati trattati evitando pertanto di assumere comportamenti che possano comportare rischi di perdita di dati, accesso non autorizzato o di diffusione, analogamente a quanto previsto per i servizi effettuati in sede.

Dal canto suo, il datore di lavoro, ai fini dell’adottabilità dello smart working dovrà:

  1. inviare al dipendente una bozza di comunicazione di avviso di smart working;
  2.  predisporre un’autodichiarazione per dipendente di avviso di attivazione di smart working per motivi emergenziali.

Tali modelli dovranno essere trasmessi con comunicazione telematica obbligatoria al sito del Ministero del Lavoro entro il giorno antecedente a quello d’inizio della prestazione lavorativa; la mancata comunicazione comporterà una sanzione amministrativa da 100 a 500 euro per ogni lavoratore.

  • Congedo ordinario o ferie “forzate”

Qualora il datore di lavoro decida di non adottare la modalità del lavoro agile potrà invitare i dipendenti a mettersi in congedo ordinario o “ferie forzate”.

In caso di congedo ordinario al dipendente spetta la normale retribuzione. Rimangono in ogni caso esclusi i compensi per prestazioni di lavoro straordinario e le indennità che non siano corrisposte per dodici mensilità.

In concreto, può distinguersi la seguente possibile casistica.

Dal lato dipendente:

  1. il dipendente in malattia o in quarantena obbligatoria non può usufruire dello smart working, in quanto è in uno stato di sospensione del rapporto di lavoro, ma ha diritto alla retribuzione; in caso di quarantena, l’assenza del dipendente dovrà essere disciplinata secondo le previsioni di legge e contrattuali che riguardano l’assenza per malattia, con le conseguenti tutele per la salute e la garanzia del posto di lavoro; 
  2. Se il dipendete ha timore di essere stato contagiato e non si reca sul luogo di lavoro, esso viene considerato in assenza ingiustificata situazione da cui possono scaturire provvedimenti disciplinari che possono portare anche al licenziamento

Dal lato datore di lavoro:

  1. se l’attività lavorativa viene sospesa volontariamente dal datore di lavoro, il lavoratore sospeso potrà utilizzare i giorni di ferie/permessi maturati in modo da poter percepire la retribuzione;
  2. con il DPCM del 11 marzo 2020 il Governo ha imposto la chiusura delle attività commerciali, in tal caso il rapporto di lavoro si ritiene sospeso e il lavoratore non avrà diritto alla retribuzione, in quanto si tratta di impossibilità sopravvenuta della prestazione lavorativa per motivi oggettivi.

In ogni caso, l’art. 46 del decreto legge n. 18 del 17 marzo 2020 (decreto Cura Italia) ha previsto che, fino a sessanta giorni dopo la sua entrate in vigore (cioè fino al 16 maggio 2020), saranno precluse le nuove procedure di licenziamento collettivo  e sospese quelle avviate dopo il 23 febbraio 2020 e che, fino allo stesso termine, non saranno consentiti i licenziamenti per giustificato motivo oggettivo (ossia per ragioni “economiche”), qualunque sia il numero di dipendenti dell’azienda.

  1. CONTRATTO DI LOCAZIONE COMMERCIALE

A seguito del D.P.C.M dell’11 marzo 2020, il Governo ha sospeso – al momento fino al  03 aprile 2020 (termine così prorogato dal successivo D.P.C.M. del 22 marzo 2020) – tutte le attività commerciali al dettaglio (fatta eccezione per le attività di vendita di generi alimentari e di prima necessità), nonché le attività dei servizi di ristorazione (fra cui bar, pub, ristoranti, gelaterie, pasticcerie) e le attività inerenti ai servizi alla persona (fra cui parrucchieri, barbieri, estetisti).

Le conseguenze di tale provvedimento sui contratti di locazione degli immobili in cui si svolgono e dette attività non sono purtroppo sicure.

Va infatti precisato che nella locazione commerciale, i divieti disposti dai D.P.C.M. in ordine all’attuale emergenza sanitaria non incidono sulla prestazione principale del locatore, ovvero la messa a disposizione di locali idonei all’uso che ne è consentito ai sensi del contratto; essi non hanno infatti alcuna attinenza all’immobile in cui si svolge l’attività, alle sue caratteristiche o alla sua idoneità all’uso pattuito.

L’impossibilità di svolgere l’attività non è infatti imputabile a nessuna delle parti ma è dovuta ad una emergenza straordinaria di tutela della salute.

Del pari non è affatto scontato che, in termini di rigorosa causalità, la chiusura temporanea dell’attività renda impossibile la prestazione principale del conduttore consistente nel pagamento del canone di locazione e delle spese accessorie, tanto più che ai sensi del D.P.C.M. 11/03/2020 l’attività di ristorazione è consentita con consegna a domicilio ed è altresì permesso il commercio di qualsiasi tipo di prodotto via internet e per corrispondenza.

In ogni caso, resta ferma l’applicabilità dell’art. 27, ottavo comma, della legge 392/1978, ai sensi del quale il conduttore può recedere dal contratto in caso di “gravi motivi” (che potrebbero ben rinvenirsi nell’emergenza coronavirus e nei conseguenti provvedimenti di sospensione delle attività commerciali), ma dovendo in tal caso concedere al locatore un preavviso di almeno sei mesi ed essendo dunque tenuto a corrispondergli il canone di locazione per tutto il semestre di preavviso anche qualora rilasci l’immobile prima del suo decorso.

In alternativa, si potrebbe domandare al giudice la pronuncia della risoluzione del contratto per eccessiva onerosità sopravvenuta ex art. 1467 c.c., facendo valere la grave alterazione dell’equilibrio tra il valore delle prestazioni corrispettive causata da eventi straordinari, imprevedibili e successivi all’assunzione dell’impegno, quali sono senza subbio l’emergenza Coronavirus e i conseguenti provvedimenti governativi; in tal caso, benché il rimedio previsto dal codice civile sia la risoluzione del contratto, il creditore (ossia il locatore) può comunque evitarla offrendo una equa modifica delle condizioni (cfr. ultimo comma art. 1467 c.c.).

Altrimenti, si potrebbe sostenere che, a causa delle dette circostanze, si è determinata un’impossibilità sopravvenuta di realizzazione dello scopo per cui è stato concluso il contratto di locazione (ossia lo svolgimento delle dette attività commerciali), il che determinerebbe l’automatica e immediata risoluzione del contratto per impossibilità sopravvenuta ex art. 1463 c.c., senza che sia necessaria alcuna pronuncia giudiziaria, bastando invece la semplice comunicazione del contraente che intende avvalersene (e possono essere entrambi) all’altro: tuttavia, da un lato, si potrebbe obiettare che l’impossibilità in questione è solo temporanea e, dunque, non potrebbe mai giustificare la risoluzione del contratto ma, semmai, giustificare il ritardo del conduttore nell’adempimento della prestazione di pagamento del canone ex art. 1256, comma 2, c.c. (che quindi andrebbe comunque onorata ugualmente al termine dell’emergenza sanitaria); dall’altro lato, resta il fatto che il locatore continua comunque a mettere a disposizione un immobile che è idoneo all’esercizio dell’attività e pertanto, a rigore, non vi sarebbe alcuna impossibilità della prestazione della parte locatrice.

Per lo stesso motivo, si ritiene che anche la norma prevista dall’art. 1464 c.c. (riduzione della prestazione per impossibilità parziale dell’altra prestazione) mal si attagli ai casi in questione: è infatti il conduttore ad essere impedito nell’esercizio dell’attività, non essendovi alcuna impossibilità in ordine alla prestazione del locatore, il quale continua invece ad adempiere totalmente ai suoi obblighi contrattuali.

Ciò detto, si deve peraltro considerare che la risoluzione del contratto potrebbe non corrispondere all’interesse né del locatore né a quello del conduttore, essendo entrambi interessati, seppure per diversi motivi, alla conservazione del rapporto.

Il conduttore, in particolare, potrebbe non avere interesse a liberarsi dal vincolo contrattuale ma, al contrario, a sospendere temporaneamente il pagamento dei canoni (nel senso di ometterne il versamento in via definitiva, senza quindi essere più tenuto a versarli una volta passata l’emergenza).

Si potrebbe allora sostenere che le circostanze in questione, se anche non giustificassero la risoluzione del contratto per impossibilità sopravvenuta (trattandosi, come detto, di impossibilità solo temporanea), potrebbero comunque determinare la sospensione dell’esecuzione del contratto finché esse perdurano, comportando dunque anche la sospensione (definitiva) dell’obbligo del conduttore di pagare il canone di locazione e del diritto del locatore di pretenderlo, non potendo dunque il secondo intimare al primo lo sfatto per morosità: tuttavia, una tale soluzione dovrebbe corrispettivamente comportare anche la “restituzione” al locatore, durante la sospensione del contratto, della disponibilità dell’immobile locato, mancando un solido riferimento normativo che consenta al conduttore di “tenersi” la disponibilità del bene locato senza avere l’obbligo di pagarne il corrispondente compenso al locatore.

Del resto, anche il precitato D.L. 18/2020, Cura Italia, infatti, non prevede espressamente alcuna sospensione dell’obbligo del conduttore di versare il canone pattuito, limitandosi il suddetto D.L. solo a riconoscere, per l’anno 2020 e ai soggetti esercenti attività d’impresa, un credito d’imposta nella misura del 60 per cento dell’ammontare del canone di locazione, relativo al mese di marzo 2020 (valevole per i soli negozi e botteghe chiusi in seguito alla sospensione delle suddette attività commerciali).

Pertanto – anche in ragione dell’interesse di entrambe le parti a conservare il rapporto di locazione, sebbene temporaneamente sospeso, e il loro interesse reciproco a non dovere, il conduttore, sgomberare l’immobile, ovvero a non dovere, il locatore curare la custodia dei beni mobili che vi si trovano – la soluzione migliore al problema, anche al fine di evitare gli inevitabili contenziosi, parrebbe non poter essere che un accordo tra le parti, che preveda ad esempio, in analogia con quanto previsto dall’art. 65 del D.L. Cura Italia, la riduzione del 60% del canone di locazione durante la sospensione del contratto.

Sarà quindi opportuno che il conduttore formalizzi tempestivamente al locatore, con le relative motivazioni, la richiesta di riduzione o sospensione del canone di locazione, adducendo le ragioni di sopravvenuta impossibilità ad adempiere agli obblighi contrattuali per causa di forza maggiore (motivi straordinari e imprevedibili), al fine di giungere ad una soluzione conciliativa, fermo restando che sarà comunque rimessa alla discrezionalità del locatore l’accettazione o meno della proposta di riduzione o sospensione.

Come ultima considerazione finale, si ritiene che gli argomenti e le problematiche sopra evidenziate valgano – sebbene mutatis mutandis – anche per le locazioni ad uso industriale o artigianale, che sono state colpite dal successivo D.P.C.M. del 22 marzo 2020, a seguito del quale il Governo ha infatti sospeso – al momento fino al  03 aprile 2020 – svariate attività produttive industriali e commerciali all’ingrosso.

 

COVID-19, Conte firma il DPCM 11 marzo 2020 – Chiusura delle attività commerciali, cosa rimane aperto?

Nuove misure sono state introdotte in tutta Italia fino al 25 marzo con il decreto del Presidente del Consiglio dell’11 marzo 2020, dopo l’annuncio dell’OMS che ha definito pandemia lo stato attuale di diffusione del virus CODIV-19.

Il governo ha mirato alla chiusura degli esercizi con significativa concentrazione di popolazione e di difficile controllo e gestione quali ristoranti, bar, pub.

Il DPCM stabilisce la temporanea chiusura fino al 25 marzo su tutto il territorio nazionale delle attività commerciali al dettaglio, fatta eccezione per le attività di vendita di generi alimentari e prima necessità, delle attività dei servizi di ristorazione (fra cui bar, pub, ristoranti, gelaterie, pasticcerie), delle attività inerenti i servizi alla persona (fra cui parrucchieri, barbieri, estetisti).

Restano garantiti, nel rispetto delle norme igienico-sanitarie, i servizi bancari, finanziari, assicurativi nonché l’attività del settore agricolo e zootecnico.

Alla luce del decreto, le seguenti attività di vendita di generi alimentari e prima necessità potranno rimanere aperte:
Ipermercati
Discount di alimentari
Minimercati ed altri esercizi non specializzati di alimentari vari
Commercio al dettaglio di prodotti surgelati
Commercio al dettaglio in esercizi non specializzati di computer, periferiche, attrezzature per le telecomunicazioni, elettronica di consumo audio e video, elettrodomestici
Commercio al dettaglio di prodotti alimentari, bevande e tabacco in esercizi specializzati (codici ateco: 47.2)
Commercio al dettaglio di carburante per autotrazione in esercizi specializzati
Commercio al dettaglio apparecchiature informatiche e per le telecomunicazioni (ICT) in esercizi specializzati (codice ateco: 47.4)
Commercio al dettaglio di ferramenta, vernici, vetro piano e materiale elettrico e termoidraulico
Commercio al dettaglio di articoli igienico-sanitari
Commercio al dettaglio di articoli per l’illuminazione
Commercio al dettaglio di giornali, riviste e periodici
Farmacie
Commercio al dettaglio in altri esercizi specializzati di medicinali non soggetti a prescrizione medica
Commercio al dettaglio di articoli medicali e ortopedici in esercizi specializzati
Commercio al dettaglio di articoli di profumeria, prodotti per toletta e per l’igiene personale

Commercio al dettaglio di piccoli animali domestici
Commercio al dettaglio di materiale per ottica e fotografia
Commercio al dettaglio di combustibile per uso domestico e per riscaldamento
Commercio al dettaglio di saponi, detersivi, prodotti per la lucidatura e affini
Commercio al dettaglio di qualsiasi tipo di prodotto effettuato via internet
Commercio al dettaglio di qualsiasi tipo di prodotto effettuato per televisione
Commercio al dettaglio di qualsiasi tipo di prodotto per corrispondenza, radio, telefono
Commercio effettuato per mezzo di distributori automatici.

Sono poi sospese le attività dei servizi di ristorazione (fra cui bar, pub, ristoranti, gelaterie, pasticcerie).
Resta consentita:
La ristorazione con consegna a domicilio nel rispetto delle norme igienico-sanitarie
Gli esercizi di somministrazione di alimenti e bevande posti nelle aree di servizio e rifornimento carburante situati lungo la rete stradale, autostradale e all’interno delle stazioni ferroviarie, aeroportuali, lacustri e negli ospedali garantendo la distanza di sicurezza interpersonale di un metro.

Sono poi sospese le attività inerenti i servizi alla persona (fra cui parrucchieri, barbieri, estetiste).
Restano consentite le seguenti attività:
Lavanderia e pulitura di articoli tessili e pelliccia
Attività delle lavanderie industriali
Altre lavanderie, tintorie
Servizi di pompe funebri e attività connesse

Corte di Appello di Venezia, Sent. n. 5512/2019 – Concorrenza sleale e marchio di fatto


La Corte d’Appello di Venezia, sezione specializzata in materia di impresa, nell’ambito di un giudizio di rinvio dopo che la Corte di Cassazione aveva parzialmente accolto le doglianze di una società soccombente in primo ed in secondo grado, ha statuito che “il presupposto costitutivo del diritto di riconoscimento del marchio di fatto è costituito tanto dalla priorità dell’uso del segno quanto dalla notorietà accompagnata ad esso, intesa come conoscenza effettiva del marchio da parte dei consumatori interessati. Infatti, l’uso tutelato è qualificato ed è finalizzato ad evitare la possibilità di confusione nel pubblico, che costituisce il fondamento della sua tutela, e deve essere effettivo e continuo, non essendo comunque essenziale in tal senso l’uso pubblicitario del segno.” Continua a leggere

Impugnazione di testamento per difetto di forma: è valido il testamento vergato in stampatello.

Per il Giudice patavino l’autografia della scrittura – che insieme alla sottoscrizione del testatore è l’unico requisito formale previsto dalla legge a pena di nullità del testamento olografo – può essere accertata anche laddove il de cuius abbia utilizzato il carattere stampatello.

Le fideiussioni omnibus sono nulle?

Il Tribunale di Rovigo, nell’ambito di un procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo instaurato dal fideiussore al quale la Banca aveva ingiunto di pagare l’intera esposizione maturata dal debitore principale, ha fatto applicazione del recente orientamento giurisprudenziale di cui alla sentenza della Cassazione n. 29810 del 2017, che ha statuito la nullità delle fideiussioni omnibus che ricalcano il modello elaborato dall’ABI nel 2003 ritenuto lesivo della libertà di concorrenza e del mercato.

Pertanto, di fronte alla censura di nullità della fideiussione per lesione della normativa antitrust avanzata dai legali del fideiussore, il Tribunale di Rovigo ha accolto la richiesta di sospensione della provvisoria esecutività del decreto ingiuntivo, rilevando la probabile fondatezza dell’opposizione: “il mutamento del precedente orientamento giurisprudenziale, di cui alla sentenza della Cassazione n. 29810 del 2017, che sancisce la nullità delle fideiussioni omnibus quando dalla loro conformità al modello ABI ne derivi una violazione della normativa antitrust, costituisce circostanza idonea per l’accoglimento della richiesta di sospensione della provvisoria esecutività del decreto ingiuntivo opposto …).circostanza idonea per l’accoglimento della richiesta di sospensione della provvisoria esecutività del decreto ingiuntivo opposto in relazione alla posizione dei fideiussori (Tribunale Padova, sez. II, 5.06.2018)”.

 

LA DISCIPLINA DEI PATTI PARASOCIALI IN SRL

Il patto parasociale è il contratto che intercorre fra più soggetti (di norma due o piu soci, ma anche tra soci e terzi), finalizzato a regolamentare il comportamento futuro che dovrà essere osservato durante la vita della società o, comunque, in occasione dell’esercizio di taluni doveri derivanti dalle partecipazioni detenute nella società.

Esso trova il proprio elemento qualificante nella distinzione rispetto al contratto di società, poiché trattasi di convenzione con cui i soci effettuano un regolamento in parte difforme o complementare a quello sancito nell’atto costitutivo o nello statuto della società, al fine di tutelare più proficuamente i propri interessi.

In ossequio al principio generale della libertà di forma, i patti parasociali possono essere stipulati sia per iscritto che verbalmente. Nella prassi tuttavia è certamente più frequente la loro formalizzazione mediante semplice scrittura privata, generalmente depositata presso un soggetto terzo, scelto di comune accordo tra le parti. Continua a leggere

LA SPONSORIZZAZIONE NEGLI EVENTI ECM ED IL RISCHIO DEL CONFLITTO DI INTERESSI

Il sistema ECM trova oggi nella sponsorizzazione da parte dell’Industria la principale delle proprie fonti di finanziamento.

La sponsorizzazione costituisce, inoltre, parte integrante della strategia di marketing dell’azienda – operante in ambito sanitario – che decida di diventare sponsor, poiché costituisce strumento attraverso cui valorizzare notevolmente la propria immagine aziendale.

Per questi motivi, negli ultimi tempi l’interesse degli operatori si sta focalizzando sulla corretta gestione dell’attività di sponsorizzazione alla luce della normativa vigente in materia, che attenziona in particolare sulla necessità di evitare la sussistenza di profili di conflitto di interesse tra Sponsor e Provider. Continua a leggere